Amore e diversità: come essere felici ma diversi

Inserito in Coppia, Matrimonio | Scritto mercoledì, 10 aprile 2013 | Autore Alessandra Albanese | 2 Commenti

Lei romana, lui indiano. Vivono insieme da 5 anni, ed hanno due bimbi dal nome ebraico e arabo. Al loro matrimonio invitati di 12 nazionalità

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Il Diritto canonico cattolico prevede il matrimonio con rito misto, in cui due persone di religione differente si sposano, e soltanto quella cattolica presta giuramento a Dio.

Una norma che nessuno sa, e che Katiuscia invece conosce bene.

Perché Katiuscia, sposata civilmente con Amin, non vede l’ora di entrare in una chiesa romana, e giurare fedeltà al suo sposo.

Questa non è una storia di integrazione. E’ una storia d’amore.

Katiuscia è romana, ha 25 anni e lavora nella capitale come mediatrice culturale. Davanti all’Università dove studia hindi conosce Amin, un ragazzo indiano residente a Roma da circa 10 anni, artigiano, che lavora proprio davanti all’Ateneo.

Lo invita lei, e lui, come ad ogni appuntamento che si rispetti in India, arriva in ritardo di un’ora.

Si fidanzano, e dopo 5 anni si sposano con rito musulmano (religione di Amin) e in comune.

Nonostante il corano lo imponga, Amin non ha preteso la conversione di Katiuscia all’Islam.

Oggi i due hanno due bambini Uriel, due anni e mezzo («fuoco di Dio» in ebraico) e Aisha, un anno e mezzo, che significa «vita» in arabo.

La coppia ha trovato alcune difficoltà nel corso della sua storia, sia propriamente burocratiche, che “sociali”.

Ad esempio Katiuscia è dovuta andare da sola a trovare la futura suocera a Calcutta, in India, a causa delle lungaggini che non hanno consentito di avere il visto ad Amin.

O degli amici che si sono allontanati perché non vedevano di buon occhio questa unione.

E poi ancora le diversità, sempre superate grazie all’amore di tutti e due.

La mamma di Amin per esempio non concepiva come avessero potuto fare dei figli prima che fossero sposati. O ancora Amin che chiama mamma e papà i suoceri come in India. A dire il vero tutte queste usanze non sono lontanissime: anche mia zia chiamava mamma e papà i suoi suoceri in Sicilia, fino a qualche anno fa. E credo che qualcuno, o qualcuna si scandalizzi anche in Italia per le donne che hanno figli fuori dal matrimonio.

Più grave invece quel sacerdote che disse a Katiuscia, quando lei volle aiuto morale nei primi mesi della sua gravidanza, che sarebbe stato meglio crescere un figlio da sola piuttosto che con un marito musulmano.

I figli di Katiuscia e Amin sono battezzati ma, sostiene la mamma “Saranno loro a decidere a quale religione appartenere, quando saranno grandi faranno la loro scelta”.

Anche i genitori dei ragazzi hanno accettato questa unione e li amano come dei figli.

“A gioire insieme a noi c’erano persone di oltre dodici nazionalità diverse, è stata una giornata indimenticabile” raccontano.

E adesso Katiuscia aspetta soltanto di potersi sposare in chiesa, e anche questo suo sogno, abbiamo imparato che sarà realizzato.

Ho letto la storia su Amin e Katiuscia sul web, e associata a loro c’era una frase di uno scrittore marocchino, che mi piace riportare anche qui:

L’identità è una casa aperta, qualcosa che dà e riceve. 


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